Caos pensioni:  La nostra mappa per capirci qualcosa di più

Nelle ultime settimane i sindacati hanno denunciato l’ennesima beffa ai danni di dipendenti pubblici, addetti delle sanità e insegnanti con una revisione delle aliquote che porta a tagli all’assegno fino al 20% per oltre 700 mila persone… è solo l’ennesimo esempio di come il sistema pensionistico italiano sia precario e spesso in balia degli eventi.
 
Cambiamo punti di riferimento, certezze e regole del gioco in un balletto che rischia di creare sempre maggiore disparità di trattamento e nuove fragilità. Con le norme in vigore, ad esempio, la fascia d’età in cui si collocano più “pensionandi” è quella tra i 60 e i 68 anni ma la possibilità che la data del tanto atteso riposo ritardi oltre i settant’anni e di gran lunga maggiore rispetto ad un possibile anticipo. Vediamo il perché. 
 
Il requisito di vecchiaia con l’approvazione della nuova legge di bilancio prevede 67 anni di età e 20 di contributi a patto di aver maturato la pensione minima di 534,41 euro.
Per la pensione anticipata la soglia è 64 anni e 20 di contributi ma avendo maturato una pensione pari a tre volte l’assegno sociale: circa 1.400 euro netti, roba da ricchi come è ben spiegato nell’articolo di Repubblica che puoi leggere qui. E’ questo il caso più diffuso per tutti coloro che sono nati dagli anni ‘70 in poi ma attenzione si tratta proprio della generazione che ha più a che fare con carriere discontinue e con bassi redditi che spostano l’accesso alla pensione verso i 70 anni o a sfiorare i 75 per coloro a cui spetterebbe meno dell’assegno sociale (oggi pari a 534 euro al mese).
Insomma, la soglia standard è riservata a chi ha attraversato un percorso lavorativo omogeneo e con una certa continuità garantendo retribuzioni annue intorno ai 30.000 euro lordi se dipendente e 40.000 euro lordi se autonomi. Nei casi di stipendi medi e numero di anni lavorati inferiori o vuoti contributivi i tempi di attesa salgono di almeno altri 36 mesi prima del meritato riposo.
 
Restando sul tema dell’anticipo, la legge di Bilancio conferma anche “quota 103” ovvero la somma di 62 anni di età e 41 anni di contributi ma con il ricalcolo integrale dell’assegno in termini contributivi e guadagni temporali relativamente modesti, non superiori all’anno. Il gioco vale la candela? Non per tutti…
 
Vale la pena, infine, dedicare un focus specifico ai lavoratori autonomi. Questa categoria versa meno contributi, a parità di imponibile, rispetto a un lavoratore dipendente per via della minore aliquota: stiamo parlando di una media del 24% contro il 33% del dipendente. In una sistema contributivo è perciò consequenziale che la pensione sia più “magra” arrivando in alcuni casi al 50% del reddito in attività. Sono questi casi che investono i lavoratori più giovani perché chi è vicino al traguardo pensionistico può beneficiare del sistema di calcolo retributivo (il valore dell’assegno in questo caso è legato alla media degli ultimi redditi) per tutti gli anni lavorati prima del 1995 con assegni che, in alcuni casi  sfiorano l’80%.
 
In sintesi: tempi più lunghi e pensioni sempre più magre. Per questo una buona pensione integrativa rappresenta il paracadute ideale per prepararsi al meritato riposo soprattutto per i giovani autonomi che in assenza di un “tesoretto” dovrebbero affrontare il periodo post lavoro con poco più delle risorse disponibili durante il percorso lavorativo. Un investimento - completamente deducibile fino a un massimo di 5.164 € euro - su misura e definito sulla base delle possibilità di accantonamento che rappresenta una importante, in alcuni casi fondamentale, scelta per garantirsi un futuro sereno.    
 
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